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C’era una volta la Sapienza

Adriano Prosperi

Intervista a Adriano Prosperi, professore emerito di Storia moderna alla Scuola Normale Superiore

A un anno e sette mesi dalla chiusura del palazzo della Sapienza una soluzione per la Biblioteca Universitaria che sia capace di garantire l’integrità del patrimonio librario lì conservato sembra ancora lontana dall’essere trovata. Dopo l’incontro in rettorato di martedì scorso l’unica certezza è che i tempi si allungano fino al prossimo autunno, quando tutte le indagini e le verifiche dovrebbero essere terminate. E che sembra ormai deciso il trasferimento di una parte del patrimonio a San Matteo, nell’edificio che ospitava il dipartimento di Storia delle Arti che dovrà essere ristrutturato e adeguato alla funzione.
Dei passaggi che hanno portato fino a oggi e dell’importanza di mantenere unito il complesso della Biblioteca Universitaria abbiamo parlato con il Prof. Adriano Prosperi, che fin dalle prime ore ha sostenuto la necessità di mantenere integra l’unità del patrimonio. Un’unità che spiega, “non viene garantita dall’incontro a cui hanno partecipato i rappresentanti delle diverse istituzioni. Il percorso che viene  prospettato non risponde alle esigenze di avere ‘una’ Biblioteca Universitaria a Pisa e al rispetto della sua intrinseca coerenza”.  Quello che sembra emergere in questa vicenda è, per dirla con le parole di Prosperi, “un senso di inutilità, di ‘peso’ dei libri”, come se in una città universitaria l’interesse per la difesa di un corpo fatto di circa 600 mila volumi fosse secondario.

Dopo la chiusura della sapienza a maggio del 2012, due sono le parti che si sono “fronteggiate”: da un lato coloro che sostenevano la necessità di spostare i libri per dare inizio agli interventi di recupero e di consolidamento, dall’altro coloro che volevano fossero stabiliti i presupposti per il ritorno dei libri nella loro sede naturale, ed evidenziavano i rischio di uno spostamento fatto in assenza di una catalogazione informatica del patrimonio (che manca per tutta la parte antecedente il 1998).

Professor Prosperi che valutazione può fare dei passaggi che hanno portato fino ad oggi? 

La gestione è stata quanto meno singolare: dopo il terremoto in Emilia il Rettore lancia l’allarme e il Sindaco ordina la chiusura. Per un rischio che oggi si rivela infondato, per dei danni che avrebbero colpito in maniera assolutamente circoscritta il solo palazzo della Sapienza: oggi la questione del terremoto è scomparsa e la perizia evidenzia problemi strutturali che, con ogni probabilità, sarebbero rilevabili in qualsiasi altro palazzo storico di Pisa (basti pensare al fondo acquitrinoso che caratterizza il suolo della città e i molti edifici non in asse). Abbiamo assistito a una drammatizzazione finalizzata a ottenere lo spostamento dei libri e lo svuotamento dell’edificio. Si dice che parte del patrimonio verrà spostato a San Matteo e che in Sapienza ci sarà più spazio per Giurisprudenza e per Scienze politiche – che in Sapienza non c’era (solo un’aula era destinata a questo corso, ndr). Quella che passa è l’esigenza del Rettore : spostare la biblioteca, o ridurne comunque la presenza, per avere piena disponibilità del Palazzo della Sapienza che allo stato attuale appartiene appunto all’Università di Pisa, a differenza della Biblioteca (che fa capo al Ministero dei beni culturali, ndr)

Una linea che nasce da reali esigenze?

Forse per esigenze di spazi di rappresentanza. Ma non sarebbe comunque una ragione sufficiente da giustificare uno sfilacciamento dei fondi conservati dalla Biblioteca Universitaria. Ciò che si è perso di vista è che la Sapienza rappresenta il centro simbolico e reale della vita di Pisa. Il problema principale è il futuro della Biblioteca, che deve essere viva. E per esserlo deve innanzitutto scongiurare la dispersione del suo patrimonio, ma deve anche poter crescere, dotarsi di nuove acquisizioni e di nuovi fondi che potranno arrivarle in dotazione.

Già oggi il rischio della dispersione e dello smarrimento sembra alto, con parte dei volumi trasportati a Montacchiello, dove non sono fruibili.

Questo è un tasto dolente: settimane fa nel corso di alcune ricerche ho cercato degli atti divisi in diversi volumi per la consultazione: alcuni sono conservati a Pisa, altri a Montacchiello. Questo è l’esempio di cosa succede quando si spostano libri senza criterio. Sarebbe importante che i libri e le riviste di Giurisprudenza tornassero a unirsi al resto del patrimonio, perché arricchiscono e integrano il fondo antico della Sapienza, che ha una splendida raccolta di volumi anche del ‘500 e del’600.

E proprio in mancanza di una digitalizzazione sarebbe più importante tenere unito il patrimonio.

Le posso raccontare la mia esperienza. Dopo la guerra i volumi della Biblioteca Nazionale di Roma furono spostati al Monumento del milite ignoto. Ancora negli anni ’60, quando capitava di chiedere un libro in consultazione, capitava di sentirsi rispondere “è stato bombardato”. Così è stato anche dopo l’alluvione a Firenze. E se certo alcuni libri sono andati distrutti, altri forse sono solo “persi”, posati in mensole, in angoli di cui nessuno ha più memoria.  La giustificazione allo spostamento dei libri che è stata portata dopo la chiusura è quella di intervenire con lavori di consolidamento e restauro che necessitano di “spazi di manovra”.

Cosa risponde a questa esigenza?

Credo che dovrebbero informarsi, magari parlando con coloro che hanno gestito il riassetto della Biblioteca Vaticana di Roma. Qui i libri sono stati spostati in blocchi isolati, a rotazione dalle sale dove avvenivano i lavori e poi ricollocati, senza mai lasciare il complesso. Perché non seguire questa strada, visto che a Sapienza chiusa abbiamo tutto il piano terreno a disposizione per collocare i volumi durante i lavori?

Perché Prof. Prosperi a parte alcuni casi, c’è stata così poca attenzione da parte delle istituzioni coinvolte, verso la tutela dell’integrità del patrimonio della Biblioteca Universitaria?

Da una parte scontiamo la separazione di gestione: da un lato l’Università a cui appartiene il palazzo, dall’altro il Ministero dei Beni Culturali a cui fa capo la Biblioteca. Ma soprattutto quello che vediamo è l’assenza di un senso cittadino, di comprensione dell’identità storica di questa città, che da quando ha smesso di essere repubblica è diventata città universitaria. E la Biblioteca Universitaria è depositaria di questa memoria, con i fondi che a essa sono stati donati anche dai professori che all’Università di Pisa hanno insegnato. Spiace oggi il silenzio del Ministro Maria Chiara Carrozza, che firmò la nostra petizione quando era rettore del Sant’Anna, e del presidente del Consiglio Enrico Letta, che a Pisa ha insegnato.

Quelo della Sapienza è dunque un problema cittadino, non solo del mondo accademico?

Come le dicevo Pisa è una città universitaria, ma rispetto agli studenti non c’è stata nessuna accoglienza. Non c’è nessuna proposta di socialità che vada oltre i Lungarni o piazza Garibaldi. A Ravenna le sale di consultazione dell’emeroteca della Biblioteca Classense, che ebbe danni dal terremoto poi rapidamente recuperati, è aperta fino alle 22, dando la possibilità di leggere i giornali, di collegarsi a internet, di avere momenti di socialità al suo interno. Ma Pisa purtroppo spesso fa di ciò che potrebbe essere una ricchezza una mera etichetta.

A cosa si riferisce?

Penso alla Domus Mazziniana e alla Domus Galilaeana. Della prima non si hanno segni di attività, mentre la seconda tiene solamente attiva la parte di consultazione dei libri. Queste sono due bandierine nere che si collocano accanto alla Sapienza.

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Pubblicato il: 21 gennaio 2014

Argomenti: Cultura, Cultura-Tech, Pisa, Scuola-Università

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